
La storia è quella straordinaria di una città dimenticata. Sino al 2004 nessuno poteva immaginare che sulla collina alla periferia nord della città di Zarqa in Giordania centro-settentrionale, agli inizi del III millennio a.C. (nell’epoca dei Faraoni delle grandi piramidi) fosse sorta un’antichissima città. Fino a quando, estendendo una ricerca in corso a Gerico, sempre nel Levante meridionale, un team di archeologi della Sapienza diretto da Lorenzo Nigro ne riconobbe la natura di insediamento umano e iniziò campagne di scavo sistematiche dalla primavera 2005. Così si è venuta svelando una fortezza posta su una rupe a dominare il deserto e le sue piste carovaniere, una vera e propria “porta” orientale della Palestina. Gli scavi accreditano Batrawy come uno snodo commerciale che attrae i mercanti che attraversavano il deserto arabo-siriano in un’epoca in sui gli spostamenti erano tutt’altro che facili: dromedari e cammelli non erano ancora per lo più utilizzati come mezzo di trasporto. Con l’ultima campagna del 2010 si è raggiunto un nuovo traguardo: la scoperta del Palazzo reale conferma che questa città era un centro di potere di assoluta importanza nella regione. Quando all’incirca verso il 2300 la città fu stretta in assedio e poi data alle fiamme, l’accidentale crollo del tetto di un magazzino del palazzo ha protetto reperti e intonaci, riportati alla luce dagli archeologi a maggio. In quell’ultima spiaggia erano nascosti i “tesori” dell’epoca: sia le innovazioni tecnologiche da proteggere e da non condividere con i nemici sia gli oggetti-simbolo del potere.
Per questo i ritrovamenti sono cruciali.
Le asce dopo il restauro
Sono il fiore all’occhiello dei ritrovamenti dell’ultima campagna di scavi diretta da Lorenzo Nigro. Erano al centro del magazzino, ai piedi di uno dei quattro pilastri che un tempo ne sorreggevano il solaio, dentro un piccolo nascondiglio nel pavimento. Le 4 asce di rame sono in ottimo stato di conservazione, come pure gli altri reperti rinvenuti: le giare, il vasellame ancora contenente derrate alimentari, un raro tornio da vasaio, all’epoca una vera innovazione tecnologica.
Ma sono proprio le asce a spiccare per la loro eccezionalità, a cominciare dal materiale con cui sono forgiate e cioè rame arsenicale, come confermano ora le analisi chimico-fisiche compiute in fase di restauro, che proviene senz’altro dalle miniere poste a sud del Mar Morto nello Wadi Feinan: in queste miniere infatti sono state ritrovati anche gli stampi per realizzare asce, proprio di uno dei tipi attestati nel magazzino di Batrawy.
Il piccolo gruppo di asce del palazzo reale di Batrawy ha un unico paragone nell’antica Palestina e Transgiordania, nel sito di Tell el-Hesi, dove un deposito simile venne rinvenuto nel 1894. Il restauro conferma ora che almeno 2 dei 4 manufatti non furono mai utilizzati: si tratta perciò di oggetti-simbolo del potere regale, così preziosi da essere conservati nelluogo
più protetto durante l’attacco finale. La diffrazione ai raggi X (XRD), effettuata per conoscere meglio il contesto di giacitura, inoltre testimonia l’altissima temperatura raggiunta dall’incendio nel vano.
Le asce di Batrawy, grazie alla disponibilità del dipartimento delle Antichità della Giordania, sono state restaurate in Italia presso l’Istituto superiore per la conservazione e il restauro, da un’équipe di esperti sotto la supervisione della direttrice dell’Istituto Gisella Capponi.
La ricerca: piccoli budget, grandi scoperte
La scoperta di Batrawy è nata come un'estensione verso oriente della ricerca in corso a Gerico sull'origine della città nel Levante meridionale, condotta dalla Missione archeologica Palestina & Giordania della Sapienza. Il luogo è stato identificato come caso di studi perché rimasto ignoto ed inesplorato fino al 2004. Gli scavi sono iniziati nella primavera del 2005 e da allora ci sono state sei campagne di scavi sempre nei mesi di maggio e giugno. Durante la campagna del 2010, i risultati sono stati così rilevanti da meritare riconoscimenti anche internazionali. Il 15 ottobre scorso l’archeologo Lorenzo Nigro è stato premiato a Palazzo Valentini (dal Presidente della Provincia di Roma Zingaretti) con il premio Provincia Capitale e nel 2011 sarà l’unico italiano a tenere una conferenza Museo Louvre.
Questi traguardi sono stati raggiunti nonostante l’esiguità dei fondi di cui la missione dispone: i finanziamenti di quest’anno del ministero Affari esteri sono stati di 6.500 euro, cui si aggiungono i circa altrettanti della Sapienza. Proprio quest’anno, nonostante le grandi difficoltà economiche, i fondi che la Sapienza assegna ai Grandi Scavi archeologici sono stati incrementati dai circa 370.000 euro a 500.000, una parte dei quali sostengono la Missione a Gerico e Batrawy: un’impennata che ribadisce inequivocabilmente la vocazione della Sapienza come Research University e il carattere di eccellenza della ricerca archeologica presso la prima università romana.
Ritrovamenti di Batrawy – Novità
Due tonnellate di orzo
Lo studio degli straordinari ritrovamenti di Batrawy, condotto in questi mesi, ha consentito anche di stabilire di che specie fossero le grandi quantità di granaglie carbonizzate rinvenute dentro i venti pithoi allineati lungo i muri della sala magazzino del Palazzo reale di Batrawy. La ricercatrice Alessandra Celant ha esaminato i reperti paleobotanici, identificando l’orzo (Hordeum vulgare L.) come principale contenuto dei pithoi e quindi principale prodotto agricolo raccolto e tesaurizzato nel magazzino del palazzo.
Un orso di 4400 anni fa
Fra gli importanti ritrovamenti del Palazzo di Khirbet al-Batrawy vi sono anche i resti di una zampa di bruno (Ursus arctos syriacus), un animale che a quei tempi viveva ancora nelle zone montagnose del Levante meridionale (il fiume Zarqa era ricco di pesci fino al secolo scorso).
Le ossa appartengono verosimilmente a o piede di un unico individuo adulto, forse di età avanzata come suggerirebbe una leggera patologia presente sulla faccia plantare di uno dei resti.
Le ossa presentano segni di combustione, più o meno intensa, presumibilmente imputabili all’incendio che distrusse il palazzo. Sono state inoltre individuate in diversi punti tracce di taglio prodotte da strumenti metallici (una delle asce?). L’uso di tali utensili non è così scontato durante l’Età del Bronzo, poiché in questo periodo nelle attività quotidiane di macellazione a scopi alimentari e in contesti residenziali ancora si impiegavano frequentemente strumenti di pietra.
Considerati gli elementi anatomici identificati e la posizione delle tracce di taglio è possibile ipotizzare la presenza, tra i beni depositati nel magazzino, di una pelle d’orso con le estremità delle zampe ancora attaccate.
L’interesse del ritrovamento di questo plantigrado, molto raro anche in altri contesti coevi della regione, sta anche nel fatto che questo animale era considerato di particolare pregio e fin dalla preistoria ha rivestito un ruolo importante in molte culture umane. Ancora molti secoli più tardi, infatti, come si può vedere dai dipinti scoperti nella tomba di Rekhmire, visir di Thutmose III (1458-1425 ca. a.C.) e Amenhotep II (1425-1401 ca. a.C.), fra i tributi al faraone offerti dagli emissari siriani vi è proprio un orso.