Nell’universo caseario in questi ultimi giorni si registra, non solo in patria, una serie di fermenti. Alcuni di segno fortemente negativo, altri da decrittare, altri ancora indicativi.
Nell’ordine:
Non occorre rimarcare oltre lo scandaloso comportamento del massimo organismo di tutela della Mozzarella di Bufala Campana, ossia il Consorzio che riunisce la maggior parte degli allevatori e trasformatori di questa specialità casearia che si fregia del sigillo europeo di Denominazione di Origine Protetta (DOP). Come riportato da molti media nazionali e sicuramente ripreso dalla stampa estera con conseguenze che pesano e peseranno non solo sull’immagine ma più consistentemente sulle esportazioni, il Ministro Zaia ha commissariato il suddetto Consorzio per truffa alimentare causa contraffazione. Precisando opportunamente che il prodotto, ancorché contraffatto, non arreca danno alla salute, rimane buono e commestibile.
Il fatto vergognosamente rilevante è che è stato tradito ciò che è insito nell’ordinamento e nei capitolati del Consorzio stesso. Ossia che la mozzarella di bufala dev’essere prodotta con il 100% di latte bufalino cosa che i molti campioni prelevati in tempi diversi, presso insegne della GDO e in alcuni caseifici (compreso quello del presidente del Consorzio) hanno dimostrato non essere così costituiti.
A questo punto, associazioni di consumatori, ma anche il buon senso comune chiedono che Bruxelles cancelli la Dop. L’immagine negativa per i consumatori, quella no, non si può cancellare. Insomma, gridiamo (ma poi neanche tanto) al vituperio di prodotti alimentari, Dop e non Dop, taroccati provenienti da ogni dove e poi siamo i primi a farne scempio.
Secondo esempio
da decrittare: a proposito di Dop, nei giorni scorsi quattro Consorzi di tutela di formaggi lombardi, segnatamente Provolone Val Padana, Taleggio, Quartirolo e Salva Cremasco (quest’ultimo in verità ancora in attesa del contrassegno europeo ufficiale) in una sala consiliare della Regione Lombardia hanno presentato alla stampa un progetto strategico di promozione e comunicazione denominata “Alti Formaggi” con relativo logo. “Un modo per fare sistema – viene spiegato – e divulgare meglio sapere e informazioni su questi prodotti di qualità”.
Intanto qualche dato tanto per focalizzare il contesto. Salva Cremasco (Dop imminente) : 10 caseifici, 17 stagionatori per una produzione (2009) di 213.536 chilogrammi. Quartirolo Lombardo Dop: 21 caseifici, 10 stagionatori, 78 aziende aderenti per una produzione di 3mila.700 chili, un fatturato pari a 40.553.000 euro ed un giro d’affari della produzione di circa 16 milioni di euro. Provolone Valpadana Dop: produzione 8,8 milioni di chili, fatturato circa 105 milioni di euro. Taleggio Dop: 32 caseifici, 27 stagionatori, produzione 85mila quintali, giro d’affari alla produzione 39.600.000 euro, fatturato 100.600.000 euro.
Come si evince, pur con l’assenza del leader dei formaggi lombardi, ossia il Grana Padano e dei valtellinesi Bitto, Casera e del Gorgonzola aderiscono al progetto ben quattro consorzi significativi anche sotto il profilo economico. Ora, alla stregua di tutti i consorzi di tutela dei prodotti agroalimentare anche quelli aderenti ad “AltiFormaggi” hanno statutariamente il compito oltre quello ovvio di tutelare il prodotto, di promuoverlo e pubblicizzarlo ai consumatori spiegando sistemi produttivi, utilizzo delle specifiche materie prime, processi di lavorazione, contesto territoriale, qualità intrinseche ed estrinseche, controlli qualità, ecc.
Quindi il varo ufficiale di tale iniziativa che propone pari pari le stesse funzioni fa scaturire una legittima domanda: significa che i Consorzi aderenti non esplicano appieno il loro mandato? Osservando sui rispettivi siti web e sul materiale cartaceo disponibile e distribuito generosamente durante rassegne ed esposizioni nazionali ed estere, nonché in occasione di promozioni e tasting in-door presso la GDO non pare che l’informazione sia carente.
Scongiurata quindi tale supposizione, maliziosamente ci si potrebbe chiedere se la nascita di questa iniziativa non prevede l’ottenimento pressoché scontato di specifici fondi regionali anche perché la costituzione di questo nuovo organismo che si propone di “fare squadra” qualche migliaia di euro costerà. Infine, vista la cosa dal di fuori, c’è da chiedersi come mai a coordinare le attività di questa task force sia stato nominato Vittorio Emanuele Pisani che è anche direttore generale del Consorzio del Taleggio, sicuramente buon conoscitore del mondo e dei mercati caseari, tuttavia individuare una figura professionale super partes o quantomeno al di fuori della quaterna di questi formaggi, fugherebbe qualsivoglia eventuale insinuazione.
Terzo punto
indicazioni che potrebbero anche fungere da suggerimento.
Si tratta di una iniziativa di Sopexa, agenzia francese per la promozione e il marketing di prodotti agroalimentari d’Oltralpe, ben nota in tutta Europa e particolarmente dalle nostre parti. Ora, non si tratta d’essere esterofili ma quando un’azione di promotion di cibi e bevande articolata e con obiettivi precisi è ben fatta trovo giusto darne conto da qualsiasi parte geografica provenga.
Dunque trattasi di una campagna d’informazione dedicata ai formaggi francesi (vedi la dinamica al sito: www.evvivalesfromages.it) che non gode di alcun co-finanziamento della Comunità europea ma è pensata e realizzata appunto da Sopexa per conto dell’interprofessione dei formaggi francesi CNIEL Centre National Interprofessionnel de l’Economie Laitière (un comparto che non ha parallelismi simili dalle nostre parti) e di FranceAgriMer, ufficio per i prodotti alimentari francesi del Ministero dell’agricoltura, questa campagna è prevista in ben 7 Paesi europei, con un approccio analogo che si adatterà alle culture alimentari di ognuno di essi.
La focalizzazione della campagna è concentrata su quattro prodotti bandiera tra i più diffusi ossia Emmental, Brie, Camembert e Comté scelti tra le oltre 300 tipologie comunque disponibili per eventuali assaggi e informazioni inerenti. Che gli italiani apprezzino les fromages si può evincere da questo dato: i prodotti lattiero – caseari esportati in Italia nei primi sei mesi del 2009 ammontavano a 239.543 tonnellate per un valore totale di 229.650. 000 euro.
Ripeto, non si tratta di fare raffronti circa supposte superiorità tra formaggi francesi e italiani che in termini di varietà tipologiche e qualitative sono pressoché uguali. E’ l’approccio verso il consumatore in termini di appeal e di servizio che obtorto collo occorre ammettere che la Francia ci batte. A partire dal fattore più evidente: il packaging. L’accuratezza della confezione riservata anche al più banale ed economico dei caci d’Oltralpe salta all’occhio e invita all’acquisto. Un esempio: abbiamo messo trent’anni prima di accorgerci che preparando bocconcini dei nostri due grandi leader, Parmigiano e Padano, si incrementavano le vendite facendoci scoprire una modalità diversa di consumo senza massacrare sbocconcellando il pezzo destinato ad essere grattugiato.
Altre accattivanti presentazioni per formaggi fusi (pensiamo ai mini cube o agli àperitif) laddove la materia prima non è probabilmente il massimo della qualità ma decisamente appunto accattivanti per le confezioni che uniscono colori, igiene e praticità d’uso.
Insomma, duole ammetterlo, ma la nostra industria casearia un po’ di marketing e di comunicazione migliori potrebbero apprenderle dai cugini.




