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Feb 06th


Circe Gourmet, Il Gusto dell'Informazione

Più glu glu dal rubinetto di casa

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Ossia quello che fornisce l’acqua per la pasta, per lavatrici e lavastoviglie, per la doccia e, udite udite, financo per quella da bere. Pare un ovvietà, invece sembra che ultimamente gli italiani stiano lentamente rinsavendo e riprendano a bere la cosiddetta “acqua del sindaco” (3mila famiglie bevono con frequenza acqua del rubinetto. fonte:Aqua Italia) a dispetto delle 250 marche di minerali più o meno frizzanti vendute nei super e ipermercati, bestemmiando o con rassegnazione trasportate poi sino a casa.

Oddio, non è che il business sia in sofferenza, vale pur sempre 1 miliardo e 382milioni di euro (fonte: Iri Infoscan a/t gennaio 2010) realizzati nella sola distribuzione organizzata tacendo dell’imperscrutabile fatturato dell’Ho.re.ca, dei chioschi, delle mense, delle macchine distributrici, eccetera, eccetera. Un business più che consistente gestito perlopiù (come scrissi su questo sito: “Acque minerali & spot: il cocktail è servito”)  da 177 imprese che generano ben 287 marchi. Al proposito è bene ricordare che le marche più vendute, che costituiscono una sorta di Eldorado liquido, sono di proprietà di multinazionali straniere: S.Pellegrino (gruppo Nestlè), San Benedetto (gruppo Danone) e la Co.Ge.Di (Rocchetta, Uliveto), che da sole coprono il 45,2% del mercato nazionale. L’elvetica Nestlè e la francese Danone sono rispettivamente al primo e secondo posto a livello mondiale tra le imprese del settore. La prima possiede più di 260 brand in tutto il mondo tra cui figurano Vittel, Perrier, San Pellegrino, Levissima, Panna, San Bernardo, Pejo, Recoaro, ecc. Danone possiede invece, tra le altre, Ferrarelle, San Benedetto, Guizza, Vitasnella, Boario, Fonte Viva.

Detto ciò, il business pur più che solido qualche lieve incrinatura comincia a mostrarla. Sarà che qualcuno comincia a riflettere che magari è leggermente demenziale che in Sicilia si beva acqua minerale che proviene dalle Alpi Orobiche e che nel Modenese ci si disseti con quella di una fonte pugliese, trasportate da colonne di Tir che percorrono ininterrottamente la Penisola intasando strade e autostrade, inquinando  con tonnellate di gas di scarico e consumando oceani di carburante per la felicità dei petrolieri. Per tacere delle enormi quantità di plastica che sarà pure riciclabile  ma è altrettanto inquinante? Oppure che i supermercati, che ovviamente non possono non fornire questa commodity, incalzati tra l’altro da valanghe di spot che ne vantano pregi “idrici” e salubrità, stiano ragionando come trovare la quadra tra i risibili margini che ricavano rispetto all’ingombro cui queste referenze necessitano, magari riducendo il processo di concentrazione delle marche senza peraltro rinunciare alle proprie Private label, ai primi prezzi e alle vendite promozionali? Un bel problema pressoché insolubile finché il consumatore non si renda conto sia del risparmio monetario sia della ormai perfetta fruibilità dell’acqua del proprio rubinetto.
Ultimamente ad assestare un seppur lieve colpettino alle acque “firmate” si sta verificando un piccolo boom delle caraffe filtranti disponibili ormai ovunque, ancorché degli impianti di filtrazione casalinghi, invero un po’ più laboriosi e costosi.

Nessuno si illuda però, poiché i preconcetti e le “paure” di bere dell’acqua non igienicamente perfetta come molti ancora suppongono sia quella erogata dal rubinetto di casa, continueremo ad arricchire le multinazionali. Le quali riconoscono la momentanea defaillance che riscontrano nei leggeri cali di valore leggibili nella necessità di massicce offerte speciali e azioni di promotion, tuttavia hanno talmente tante frecce al loro arco (marketing efficace, pubblicità, packaging, duttilità) che…ce le daranno da bere ancora per molti anni.