A secondo i diversi punti di vista, sia squisitamente tecnici sia più superficiali, su cosa sia di fatto la Borsa internazionale del turismo (Bit) recentemente conclusasi, si possono sostenere differenti tesi. E’ un palcoscenico, un caravanserraglio, una sorta di passerella folkloristica (in qualche caso kitch, in altro chic) una mostra sfavillante, una vetrina che fa sognare viaggi verso mete esotiche piuttosto che semplici week end fuori porta, e molto altro ancora. Di sicuro non è una Borsa, in quanto scambi, acquisti, prenotazioni e quant’altro di sapore commerciale in questa sede non avviene.
Certo, si prendono spunti e contatti, si ottengono informazioni e i più accorti scorgono tendenze che segnano l’evoluzione del termine e dei contenuti del turismo, del suo vissuto e del suo futuro a medio termine, nonché dei possibili desideri/appagamenti percepibili dai fruitori e delle relative risposte che chi è preposto deve fornire. Di quest’ultimi aspetti si è reso conto il management della Provincia di Latina che nel suo stand ha ospitato Circe Gourmet, quindi un organo di stampa, che da una postazione privilegiata (seppure minuscola rispetto a quella degli enti e dei colossi del business turistico nazionale e mondiale) ha potuto tastare il polso, tra i molti banali curiosi, anche di quelli di probabili futuri visitatori della sua area.
Quanto emerso è sintomatico e vale praticamente per tutte le zone d’Italia a vocazione turistica (in pratica l’intera Penisola) che fa dell’incoming una buona fetta della propria economia. Cosa vuole anzitutto in buona sostanza il turista/viaggiatore italiano o straniero? Dicendolo a chiare lettere c’è il rischio di passare per prosaici: mangiare e bere bene. Ossia scoprire, conoscere, assaporare e gustare i nostri cibi, i nostri vini e ultimamente, perché no, anche le nostre birre artigianali che molti esperti reputano migliori di quelle brassate anche da Nazioni vocate.
Non che non venga apprezzata la nostra cultura, la nostra lingua, la nostra (più o meno apparente e sincera) gioia di vivere, i nostri monumenti, le nostre chiese, i nostri paesaggi; certo che no, tuttavia il sentimento più forte - citato magari in seconda o terza battuta per non passare appunto da prosaici - è quello “di pancia”, ossia quella più naturale e genuina.
Prima di dare qualche dato a suffragio di quanto sostengo, mi piace sottolineare come sono le piccole realtà e non gli organismi preposti a comprendere che la coniugazione turismo-enogastronomia è il fattore chiave.
L’aumento esponenziale delle strade del vino e dei sapori (quando non vengono imbrattate da una politica piccina permeata di egocentrismo) la dice lunga su questa lungimiranza. Ed a proposito di Enti, quel carrozzone dell’Enit, in fase di restauro che ha ora alla guida Matteo Marzotto, un manager chiacchierato più che per il suo back ground professionale dal gossip vippaiolo, ha presentato per il secondo anno a questa rassegna CerticiBit, alias “l’atlante del gusto” patrocinato dal Mipaaf e dal Ministero dell’ambiente, ampliando (pensa te solo oggi) il suo orizzonte associando in modo più stretto l’enogastronomia alla valorizzazione del territorio come destinazione. Ma va?
Dello sfruttamento delle enormi potenzialità che ha insite in termini di turismo l’enogastronomia se ne persino accorta la britannica School of Management che precisa (i dati in mio possesso si riferiscono purtroppo all’anno 2007) che questa branca genera oltre 14 miliardi di euro all’anno e il suo principale mercato è l’Europa che vale 3,8 miliardi con 4 milioni di turisti con una spesa media pari a 950 euro. Riguardo l’Italia, il suo sottostimato fatturato risulta essere di 1,2 miliardi di euro, con continue crescite esponenziali, generato da 1,26 milioni di turisti che spendono mediamente 950 euro.




