Si racconta che uno sfrontato compositore musicale accusato di copiare la musica altrui abbia risposto serenamente “le note sono sette e di chi se le fotte”. Questa cruda citazione potrebbe, a prima vista, essere avulsa dal contesto alimentare. Invece no.
Gli innumerevoli plagi, o se si preferisce, taroccamenti alle nostre specialità gastronomiche (i più colpiti sono i formaggi), non riguardano solo l’impiego di materie prime estranee o vagamente simili a quelle originali, così come le tecniche produttive e le confezioni con colori e lettering che richiamano l’italianità, ma soprattutto il sounding, ossia le diciture che si rifanno onomatopeicamente alla nostra lingua e consequenzialmente alla specialità da spacciare appunto per italiana.
Sia Coldiretti, in primis, sia Buonitalia e i vari Consorzi di tutela denunciano da sempre tali truffe ma con scarsissimi risultati. Se si pensa, tanto per fare un esempio, che una multinazionale come Kraft che sul nostro territorio ha una quota di mercato considerevole spaccia consapevolmente nel mondo imitazioni peregrine di Parmesan, pare sia difficile agire nei suoi confronti.
Ma non con buffetti e blande tiratine d’orecchie ma con provvedimenti tesi a vietare l’accesso, quantomeno dei formaggi, nel nostro Paese, ossia nella nazione penalizzata dal plagio. Si dirà: impossibile, c’è il libero scambio di merci e prodotti.
Certamente, ma di prodotti autentici e non di mistificazioni e di palesi plagi. Ed a proposito di formaggi, volete sapere l’ultima? Il “Sarvecchio (letterale: ecco ancora una volta la forza del sound) Parmesan” prodotto nel Wisconsin è stato premiato come miglior formaggio negli Stati Uniti!
Lo precisa la Coldiretti spiegando che la scandalosa clonazione dell’originale Parmigiano Reggiano è stata realizzata da Mr. John Griffiths, proprietario dell’azienda americana Sartori Food Corporation ed è stata scelta da una giuria di 24 persone tra ben 1.360 assaggi al termine di una serrata competizione tra 60 categorie di formaggi; al secondo posto è salito sul podio un altro formaggio duro prodotto in Oregon da latte di capra il cui nome “Classico” richiama palesemente alla tradizione italiana mentre solo al terzo posto si è classificato un tipico formaggio americano (con buona pace degli olandesi), un cheddar prodotto da Pat Whalen della McCadam Cheese.
Sempre riguardo al Parmigiano, Coldiretti sta addirittura raccogliendo in un “museo” gli innumerevoli taroccamenti perpetrati nel mondo. Tuttavia, se il Parmesan è la punta dell’iceberg c’è anche Grana Padano, il Romano prodotto nell’Illinois con latte di mucca anziché di pecora, il Parma venduto in Spagna o la Fontina danese e svedese molto diverse da quella Aostana, l’Asiago e il Gorgonzola statunitensi o il Cambozola tedesco, grossolana imitazione dell’erborinato con la goccia ma anche il Pecorino fabbricato in Cina (alla faccia della coerenza)da latte di mucca. Da elencare inoltre la ricotta, il provolone,le mozzarelle simil plastica e via falsificando.
Le esportazioni di formaggi dall’Italia negli Usa superano le 30.000 tonnellate all’anno, oltre 10.000 tonnellate delle quali di Parmigiano e Grana Padano, mentre la produzione statunitense delle imitazioni ha raggiunto quasi 1,7 milioni di tonnellate delle quali 1,3 vendute come mozzarella, 120.000 come provolone, 111.000 come ricotta, 60.000 come parmesan e 15.000 come romano cheese.
Tuttavia i nostri casari non sono i soli a piangere, le imitazioni del made in Italy a tavola non riguardano soltanto i formaggi ma anche salumi, vini, condimenti e pasta. Si stima che nel mondo due piatti italiani su tra siano in realtà ottenuti con ingredienti non originali che sviluppano un fatturato di oltre 50 miliardi (diconsi cinquantamiliardi)di euro. Che abbia ragione quel musicista che citavo prima? Le note sono sette e di chi se le fotte.




