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Feb 06th


Circe Gourmet, Il Gusto dell'Informazione

Per Bacco

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Non conosco collega del settore agroalimentare, compresi gli specialisti di zootecnia, piuttosto di coloro che si occupano specificamente di ortofrutta o di formaggi o critici della ristorazione che non scrivano elzeviri e articoli riguardanti il vino e il suo universo.

In effetti, l’argomento è talmente vasto, sfaccettato e multiforme che si presta a strologazioni d’ogni sorta stimolate da valanghe di comunicati che intasano la posta elettronica con inviti a destra e manca per visitare vigneti, cantine, sagre, fabbriche di botti e bottiglie, mostre di tappi che diventano tacchi e zeppe per scarpe partecipare a convegni, simposi, tavole rotonde e quadrate ed a ogni genere di eventi grandi e piccini inerenti a Bacco. In genere sono messaggi esageratamente enfatici ed entusiastici redatti da uffici stampa che nel 90% dei casi usano il superlativo assoluto anche per informare che un certo bianco ha il profumo di mela verde (loro scrivono “green apple” che fa più figo) come se il tuo Pc dovesse riceverlo così che tu, divulgatore, trasmetta tale sentore ai lettori.

Sicuramente rispetto ad altri prodotti, il vino abbraccia davvero una enormità di aspetti spaziando dalla cultura all’economia, all’ecologia, al turismo, alla mercatistica, al sociale e al commerciale e, da qualche tempo, anche al packaging e al design per via di certe bottiglie diciamo artistiche.

Occorre ammetterlo, il vino affascina e noi ne scriviamo a profusione anche senza i più o meno palesi condizionamenti pubblicitari (stando ai dati, nel settore del food & beverage è il comparto che investe meno in advertising, anzi quasi nulla. In effetti è superfluo, ci siamo noi a fare da megafono). Infatti, non c’è editore, direttore, caporedattore o caposervizio che ti blocca un pezzo sul vino. Potresti anche trovare la notizia che scientificamente è stato testato con successo un formaggino che cura il cancro, bene che vada ti danno cinque righe di spazio. Curioso no? Mentre è sufficiente, che a Sezze (ad esempio) semplicemente si vendemmi che quantomeno un media locale registri “l’evento” su mezza pagina con foto del Sindaco tra i pampini. E ancora, a proposito di media e dell’interesse che esercita il vino, risulta (personalmente non sono iscritto e non voglio iscrivermi) che in questi ultimi tempi il vino è sbarcato anche su Facebook (150 milioni di iscritti) massimo luogo virtuale in cui si incontrano appassionati e produttori.

Nulla di male, beninteso, ma tra i moltissimi amanuensi di enologia veramente pochi scrivono chiaramente le cose come stanno. Come va economicamente il settore? Lucidamente disarmante la dichiarazione di Andrea Sartori, presidente dell’Unione Italiana vini: ” Ce la stiamo cavando, ma si naviga a vista”.

Se non ci fosse l’export che ancora tira molto bene - 3,6 miliardi di euro a valore nel 2008 con un incremento del 2%, ossia 11milioni di ettolitri, quante delle 800mila (diconsi ottocentomila) aziende vitivinicole nazionali sopravviverebbero. Se la GDO (seppure con colpevole ritardo) non avesse imparato a conoscere i vini, il loro linguaggio, le tecniche espositive, il posizionamento per fasce qualitative, di prezzo e di territorio d’origine, insomma, non avesse applicato quel marketing sconosciuto ai contadini di ieri e ai vignaioli di oggi, chissà quanti dei loro “inarrivabili” nettari sarebbero rimasti in cantina o indirizzati alle acetaie, perché il motto “il mio vino al supermercato giammai !” è stato in auge per molti, troppi, decenni.

C’è voluto tempo, ammorbidimenti mentali e nuove generazioni. Il canale snobbato da molti, è vitale; anche attualmente si sono presentati a Verona in delegazione i buyer del beverage delle insegne Auchan e Sma presenti con iper, supermarket e negozi di prossimità in 13 Paesi per sondare meglio il made in Italy enologico con l’obiettivo di entrare in contatto con le aziende produttrici.

E come ce la passiamo con i consumi interni? Maluccio: l'analisi dei flussi registra un calo del 2,4%, siamo ora a 44,6 litri pro capite - arrotondati da molti a 50 ma non è esatto - ma mentre la contrazione è marcata per i vini di minor valore aggiunto (senza nessuna delle 476 tra Docg, Doc e Igt assegnate, in brik, ecc) che hanno perso 3,6 punti percentuali, i vini a denominazione hanno registrato acquisti stabili nella fascia di prezzo inferiore ai 5 euro a bottiglia e ben il 19,2% in più a volume nella fascia di prezzo superiore. E’ pur vero che gli italiani bevono di meno ma solo vini di minor pregio riconosciuto o percepito.

Ma produttori e colleghi eno-innamorati spiegano che si beve meno a causa della recessione economica (non è chiaro: si compra vino più costoso con meno soldi a disposizione?) mica per i ricarichi applicati a man bassa un po’ da tutta la filiera. Per carità, quando mai, è la crisi economica che frena il consumo. Allora perché gli USA che stanno peggio di noi, importano (fortunatamente) milioni di nostre bottiglie e anche vino sfuso. A proposito, qualcuno sa dirmi quante cisterne circolano in Italia e all’estero? Eppure circolano ma pare non faccia fino parlarne. Se, come dicono i dati tutto sommato presso la distribuzione organizzata di vino se ne vende ancora, nella ristorazione le cose non vanno precisamente bene, anzi.

L’Osservatorio Vinitaly ha chiesto conto dei consumi ai responsabili di ristoranti e winebar trend-setter in Italia: tre locali su quattro hanno registrato contrazioni. Nel Nord si sale all’86%; nel Centro si scende al 68% e al Sud al 55%. La riduzione colpisce soprattutto la ristorazione. In questi ristoranti il 47% dei locali ha registrato un calo delle vendite compreso fra il 20 ed il 40%; nei winebar la percentuale di contrazione sale al 73%. Mica per colpa dei prezzi che questi locali applicano, (guai parlarne, al massimo si può sussurrarlo); è più attuale colpevolizzare le misure anti-alcol pur se gli esami clinici nei verbali delle forze dell’ordine evidenziano ben altre tipologie di alcolici.

A ridosso dalla conclusione della manifestazione enologica più significativa che si svolge da 43 anni nel nostro Paese, il Vinitaly, ecco che anche chi scrive – che generalmente rifugge questo tema causa inflazione dei tantissimi esperti o pseudo tali – si permette qualche riflessione augurandosi non banale. Dunque, da cronista, qualche dato ricavato da dati ufficiali e oggettivi e da indagini di settore.

Lascio al comunicato stampa finale il resoconto preciso di espositori, visitatori, numero dei giornalisti accreditati, eccetera. Non posso però esimermi dal riportare l’esito del Concorso enologico Vinitaly che ha premiato la miglior cantina. Vietato stupirsi, è stata scovata in uno di quei Paesi a fortissima vocazione enoica: il Canada!

Precisamente alla società Inniskillin Wines Inc. A corollario in questa mega competizione reputata tra i più selettivi concorsi enologici internazionali sono state assegnate ben 113 medaglie su quasi 3.600 vini presentati provenienti da 34 Paesi. Alla luce di ciò, c’è da chiedersi che fine ha fatto l’antica coltura mediterranea della vite se si piantano vigneti anche nel sud dell’Inghilterra per produrre “sparkling wines french style” oppure nel nord della Polonia.

Globalizzazione sempre più pressante? Cambiamenti climatici tali da stravolgere il Pianeta? Miracoli genetici che consentono alla vite da diventare ormai una pianta adattabile anche a climi freddi grazie a selezione di specifiche varietà resistenti al gelo e alle basse temperature? “Se poi questi vini nascono depressi e anemici – scrive Fabrizio Penna - poco importa, perché tanto è possibile intervenire con ricostituenti e con abili alchimie, in grado di plasmare a piacimento il risultato di cotante fatiche”.

Sontuosità di grandi numeri quindi, a partire dai 3.539 vini sottoposti a giudizio da 34 differenti Paesi, in alcuni dei quali la vite da vino è praticamente ignota come in Bosnia Erzegovina, Repubblica Ceca, Albania, Slovacchia, Turchia e Venezuela. Le valutazioni – spiega il meticoloso rapporto finale (www.vinitaly.com/concorsoenologico) si sono svolte in 18 sessioni diverse che hanno occupato 21 commissioni per più di 40 ore totali.

Per le degustazioni sono stati utilizzati oltre 24.000 bicchieri (ahi ahi manca il numero delle sputacchiere) e sono state compilate 22.270 schede di valutazione pari a 316.725 giudizi parziali. Dei 3.539 campioni valutati 949 sono stati premiati con diploma di Gran Menzione. I primi dodici vini di ogni categoria e gruppo che hanno ottenuto il miglior punteggio, sono stati ri-degustati per l’assegnazione nell’ordine: della Gran medaglia d’oro, della medaglia d’oro, della medaglia d’argento e della medaglia di bronzo, per un totale di 28 Gran medaglie d’oro, 27 medaglie d’oro, 30 medaglie d’argento e 28 medaglie di bronzo. 

Due considerazioni conclusive: il Comitato Olimpico Internazionale (CIO), sino ad oggi reputato il maggior dispensatore di medaglie, cambi mestiere. Seconda considerazione: se le più importanti imprese vitivinicole nazionali e straniere snobbano il concorso ci sarà qualche interessante ragione. Curioso di conoscerla.