circegourmet.it

Tuesday
Feb 07th


Circe Gourmet, Il Gusto dell'Informazione

A Moniga del Garda neo-Rinascimento per i vini rosati

E-mail Print PDF

La seconda edizione della rassegna “Italia in Rosa” che si tiene sulla sponda bresciana del lago potrebbe essere registrata con questo titolo che, seppur esplicativo, non definisce nella sua interezza questo particolare settore enoico. Che è attualmente  vitale e con ottime prospettive di sviluppo ma ancora parecchio carente in fatto di comunicazione e d’immagine.

Circa la vitalità ed il suo potenziale anche economico, ecco alcuni dati tratti da uno studio sul mercato mondiale del vino realizzato per Vinexpo. Circoscritti ai vini rosè si stima che nel mondo se ne producano annualmente 27 milioni di ettolitri di cui 20 in Europa e nella sola Francia 6 milioni. Riguardo l’Italia, purtroppo trascuratamente dati ufficiali (e neppure ufficiosi di una certa credibilità) non ne esistono poiché sia il Mipaaf che altri organismi e conseguentemente nonché gli Istituti di rilevazione delle vendite nel canale GDO, li conteggiano come vini rossi pur avendo palesemente altre caratteristiche vuoi produttive vuoi come prezzi e come target di consumo.

Circa gli sviluppi lo stesso studio, prendendo in considerazione un arco di tempo (2007-2012) valuta una loro crescita nell’ordine del 17,7%, del 5,1% per i vini rossi e del 7% per i bianchi. In Europa, fatta eccezione per la Francia dove esiste una consolidata tradizione, la nazione attualmente più sensibile ai consumi di rosè pare essere la Gran Bretagna. Dal marzo 2008 al pari mese del 2009, dalla London Internation Wine Fair dicono che vi è stata una crescita dell’11% sottolineando che non si tratta di vini di basso prezzo ma entrano nel range di vini che costano oltre 5 sterline la bottiglia.

L’ autorevole rivista “Decanter” si spinge a prevedere che nei prossimi 3 anni i consumi di rosati aumenteranno del 50%. Ad avvalorare che trattasi di un settore in espansione e con elevate prospettive di sviluppo, non credo occorra ricordare quanto proposto a Bruxelles in Commissione agricoltura da quasi tutti i Paesi della Ue che intendevano classificare i rosati prodotti ottenuti tramite il taglio di vini da tavola (spesso scadenti) rossi e bianchi; provvedimento fortunatamente ritirato per le pressioni soprattutto dei due Consorzi gardesani (Chiaretto Garda Classico e Bardolino Doc) e dei produttori francesi cultori da tempo immemorabile dei loro “claret”.

Scongiurato l’accoglimento di tale nefanda proposta a Italia in Rosa  che, va ricordato, è il primo, più qualificato e vivace punto d’incontro tra coloro che producono in Italia questa tipologia con diverse declinazioni di uvaggi, gli animi degli operatori delle 210 aziende presenti provenienti da 18 regioni che hanno presentato ben 260 rosati in degustazione, erano indubbiamente rasserenati senza tuttavia nascondersi che il comparto ha ancora parecchi ostacoli da superare.

In ogni caso, per descrivere un percorso logico della rassegna occorre partire da un nome. Quello di Pompeo Molmenti personaggio raffrontabile a Bettino Ricasoli, non solo perché entrambi senatori del Regno d’Italia ma perché appassionati studiosi del nettare di Bacco.

Infatti, Ricasoli fu il codificatore del Chianti così come Momenti lo è stato per il vino Chiaretto del Garda, ed in traslato, per i vini rosati in generale. Se sino all’altrieri questi vini erano considerati di serie B, quando non addirittura considerati delle ciofeche indegne d’essere bevute, recentemente l’attenzione dei produttori si sta focalizzando appunto su questa tipologia impegnandosi sia in vigna (con vitigni  e raccolta vendemmiale dedicate) sia in cantina (con tecniche altrettanto specifiche) per offrire un prodotto qualitativamente più che buono ad un prezzo accessibile per un utilizzo a tavola trasversale.
Tuttavia, come accennato e come d’altronde emerso dal talk show che ha animato la manifestazione, il comparto ha necessità di superare parecchi ostacoli che ne impediscono un decollo in linea con le potenzialità che ha insite.
Problema principe: una informazione più accurata verso il consumatore finale atta, peraltro, a far dimenticare sia i “maltrattamenti” perpetrati da produttori poco seri, sia da osti e mescitori perlomeno scorretti. Fattori che hanno inficiato pesantemente la credibilità al prodotto.

Secondo problema: la veicolazione. Se, come molti sostengono, è la ristorazione a fungere da promotrice/locomotiva/traino ed in qualche modo garante per la conoscenza di un certo vino (e anche di talune marche), ebbene una intelligente mini inchiesta condotta sul campo dalla collega Maria Cristina Beretta, fornisce dati perlomeno sconcertanti a partire dalla premessa. «I vini rosati nella ristorazione italiana di pregio – esordisce – sono ancora poco conosciuti e ciò vale in particolare  per i vini fermi, ossia senza bollicine».

La prima considerazione a cui è giunta l’indagine è che se il ristoratore o il sommelier non ama il prodotto o non lo conosce, non lo promuove/propone neppure quando nel menu ha piatti che si accosterebbero perfettamente, piuttosto che per risolvere l’eterno problema di ordini diversi in uno stesso tavolo, classico esempio: carne e pesce.

L’immagine corrente del rosato di vino “a metà tra un bianco e un rosso” è in pari tempo difetto e pregio. Difetto per chi non lo ama, pregio per chi lo apprezza perché sa di trovare un jolly prezioso per una serie infinita di ricette, per tacere del suo affascinante colore che coinvolge comunque i commensali.
Sunteggiando i dati ricavati dall’indagine emerge che contro l’80% di vini rosati spumantizzati riscontrati nella ristorazione (il che spiega chiaramente che questa tipologia è ormai affermata soprattutto perché proposta dai vari locali di ogni ordine) il restante 20% dei fermi indica invece che per loro c’è ancora parecchio da fare. Può essere che anche l’aspetto prezzi incida; nella ristorazione stellata il prezzo al tavolo di una bottiglia di rosato tranquillo non scendo sotto i 25/30 euro, il che oggettivamente non è marginale.

Ma lo studio si è occupato anche di tre insegne della GDO, precisamente Esselunga, Auchan e  Carrefour. Anche in questi retailer le cose non vanno molto meglio. Pur se  negli ultimi anni quantomeno queste insegne riguardo il reparto vini  hanno ristrutturato scaffali, layout e assortimento merceologico, la presenza dei rosati è ancora assai modesta. Vince, è vero, il fattore prezzo davvero accessibilissimo, tuttavia la scarsa o nulla promozione e la limitatezze delle etichette penalizzando qualsivoglia sviluppo.

Per concludere, fermo restando che non è compito della stampa dare indicazioni o suggerimenti, la fotografia che è emersa da questa seconda edizione di Italia in Rosa conferma l’utilità di questi incontri atti ad evidenziare luci e ombre del settore e gli eventuali necessari interventi in chiave di comunicazione e marketing. I soli due importanti Consorzi gardesani non possono fare di più (si pensi che pur commercialmente rivali stando ponendo in atti alcuni azioni promozionali comuni), se non auspicare una adesione e condivisione di intenti tra tutti, o almeno i più blasonati produttori di questo profumato accattivante vino.