La vendemmia 2009 è stata qualitativamente maiuscola. Mentre scrivo in alcune zone non è ancora del tutto terminata ma gli esperti senza tentennamenti la paragonano a quella mitica del 2007.
Come consumatori avremo dei vini straordinari, ma oggi come oggi non vorrei essere nei panni di chi possiede un vigneto, grande o piccolo che sia. I prezzi delle uve rispetto solo all’anno passato sono precipitati in caduta libera, addirittura dimezzati. Come quelle del Sangiovese nelle zone vocate (-45-50%), della Barbera (-30%), del veronese Valpolicella per l’Amarone (-22%). Non che nel Sud le cose vadano meglio, esempio: Carlo Ferracane della Cantina Colomba Bianca di Trapani ha spiegato al Sole 24Ore che le uve bianche (Insolia, Catarratto e Grecanico) sono 14 centesimi al chilo. In altri termini con i prezzi a cui vengono pagate le uve di questa vendemmia, parecchi non riusciranno a coprire i costi di produzione e di raccolta.
Perché? Si possono azzardare tre ipotesi:
- Può essere che si sia sgonfiata la bolla di prezzo che si era dilatata in maniera abnorme.
- Ipotesi due: probabilmente le cantine sono talmente zeppe che acquisire altra uva per produrre altro vino è quantomeno un rischio.
- Terza ipotesi mica tanto maliziosa che aleggia è la nera (mica per tutti, ovvio) ombra della speculazione da parte dei commercianti. C’è chi la spiega più o meno semplicisticamente con la crisi economica che ha ridotto i consumi e perciò, per fronteggiare la contrazione degli acquisti gli scaltri buyer internazionali chiedono drastiche riduzioni di prezzo ai fornitori, e di conseguenza per far fronte alle loro pressioni i commercianti devono restringere il più possibile (e anche altre) il costo delle materie prime, pagando, va da sé, meno le uve. Ragionamento filante? Ma allora significa che chi commercia in vino, contrariamente ai pur contrastanti dati dell’economia e della finanza, reputa che la ripresa sia ancora parecchio lontana.
Altrimenti chi ha fatto contratti ai prezzi stracciati di oggi farà presto quattrini a palate.
Fa un bell’esempio di questo scenario Angelo Peretti, un collega che di vini e mercati se ne intende davvero, che cosi disegna un verosimile quadro: “Mettiamo che io abbia fatto oggi un contratto d'acquisto d'una cisterna d'un certo vino fissando il prezzo d'acquisto a 40 centesimi al litro. Nessuno pensi che si tratti di un prezzo basso: in Italia c’é una marea di buon vino in vendita all'ingrosso a questo prezzo, e anche a meno. Mettiamo che in primavera ci sia un risveglio della domanda, e magri anche una piccola ripresa dell'inflazione. Mettiamo che io quel tal vino comprato a 40 centesimi riesca a piazzarlo a 42 centesimi. Lo spread sembra modesto: 2 centesimi appena. In realtà, il guadagno percentuale è del 5 per cento, che rappresenta un signor tasso d'interesse, considerando l'andamento attuale dei mercati finanziari. E se consideriamo che stiamo parlando d'un orizzonte temporale di sei mesi, si capisce che l'utile su base annua supera il 10%. Senza aver neppure tirato fuori i quattrini: vino acquistato sulla carta e rivenduto sulla carta. In finanza lo chiamano future. Roba da Grande Speculazione, se consideriamo che a pagare il conto è stato solo chi ha coltivato l'uva”.




