Il settore dell'agricoltura di casa nostra se non è agonia poco ci manca. I rantoli che i produttori di latte, dell’ortofrutta, dell’olio, del riso, eccetera eccetera sono udibili dalle Alpi al Lilibeo. La vera verità, segnalata anche da un documentato articolo di Lorenzo Frassoldati del Corriere Ortofrutticolo, denuncia che con i prezzi di vendita delle loro derrate non riescono a pareggiare i costi. Anzi, in molti, chissà per quanto tempo ancora, lavorano sottocosto.
E’ anche vero che pure gli agricoltori francesi e tedeschi non se la passano meglio, ma la differenza sostanziale è che il tutto avviene nella complessiva indifferenza politica e mediatica salvo quando i trattori bloccano importanti reti viarie sversando a volte liquame a volte latte. Zaia si sbatte non poco (magari qualche taglio di nastro in meno sarebbe auspicabile), generalmente però la notizia della tragedia delle nostre campagne e delle nostre stalle non interessa a nessuno.
L'agricoltura conquista le pagine dei giornali solo quando ci sono atti come quelli citati oppure (sempre) quando i prezzi salgono. Quando scendono, comportando la rovina dei produttori, zitti e mosca. Mi correggo, un po’ d’attenzione verso questo settore primario si traduce in discussioni e annunci clamorosi sull'etichetta di origine, sui farmer market piuttosto che sul cavalcato a dismisura “chilometro zero”. A questo proposito mi chiedo: possibile che nessuno abbia considerato cosa succederebbe se anche i Paesi verso cui spediamo le nostre esportazioni applicassero rigidamente il virtuoso chilometro zero?
Argomenti che potrebbero avere un certo interesse se non si corresse il rischio di vedere scomparire gli agricoltori dalle nostre campagne. I cartelli “terreno agricolo vendesi” cominciano ad apparire e Banche e Assicurazioni sono pronte ad investire i nostri depositi pressoché infruttiferi.
Alla luce di questi reali scenari è semplicistico prendersela con la grande distribuzione accusata di strangolare l'agricoltura mentre invece i problemi partono soprattutto dall'incapacità di fare sistema, dall'inadeguata organizzazione commerciale, dalla fiacca concentrazione dell'offerta, da una carenza strutturale endemica che si traduce nella debolezza complessiva dei produttori.
In un momento in cui ci sarebbe l’enorme necessità di unire gli agricoltori, (che già di loro vanno avanti, anzi, indietro in ordine sparso, com’è peraltro costume italico), ci si divide. Infatti, basta osservare cosa succede tra le organizzazioni professionali che invece di riflettere sui problemi reali delle campagne pensano a farsi la guerra e a costruire altri fortilizi burocratici. Esempio: che impellente necessità c’era della nuova centrale cooperativa Coldiretti-Unci?. Non erano sufficienti le quattro già esistenti? Nota: in Francia e in Germania, ad esempio, ce n'è una sola. Chi paga tutto questo ciarpame burocratico? Il consumatore finale? Anche. Ma in primis proprio gli operatori del settore.
Mi chiedo se invece di sciupare risorse in duplicazioni di strutture e associazioni non sarebbe forse il caso di lavorare per unificare gli sforzi per avere più potere sul mercato. I signori (pro-voto) della Coldiretti pare non la pensino esattamente allo stesso modo.




