Scommettiamo che la parola più cliccata nel globo sui motori di ricerca web è sex? Scommessa persa: è pizza. Esattamente, ossia il prodotto gastronomico emblema italico per eccellenza; il più easy, il più conosciuto e consumato al mondo, un nostro patrimonio sociale, culturale, oltre ovviamente che alimentare, in assoluto trasversale e democratico. Data la sua notorietà e diffusione c’è chi, oltreoceano, ha persino affermato che la pizza fosse nata negli Usa lasciandolo, ahimè, che lo credano in molti. Dio li perdoni. Quindi, se è vero come è vero che la pizza è roba nostra dovrebbe significare che – al di là della maestria e del colore della pelle del pizzaiolo, al di là dei forni a legna o elettrici - ciò che realmente conta è di cosa è fatta, quali sono le materie prime che la costituiscono. Implicito che siano italiane, o più precisamente che debbano essere italiane.
Risulta che già nel 1700 nei vicoli di Napoli per sfamare la povera gente si impastava farina di grano tenero con acqua, lo si sbatacchiava dandogli la forma di disco di una trentina di centimetri rialzando i bordi (il cornicione), si irrorava questo impasto con un po’ d’olio d’oliva, un pizzico di sale, lo si poneva nel forno rovente per qualche minuto e, piegandolo a libretto, la pizza era pronta da magiare rigorosamente con le mani, anzi a morsi. Pfui, questi yankee neanche il “finger food” hanno inventato!
In seguito, nel 1889 a rimarcare l’italianità della pizza, ecco “l’innovazione” del pizzaiuolo Raffaele Esposito che per omaggiare la Regina Margherita su quel disco di pasta ci mise ’ncoppa il rosso pomodoro, il bianco della mozzarella e il verde del basilico creando un goloso commestibile tricolore. Ora, tralasciando come si fa in altre parti del mondo, proviamo a mettere sotto la lente come la preparano le oltre 25mila pizzerie italiane che fatturano, crisi o non crisi, una cifra che oscilla tra i 5/6 miliardi di euro e vediamo, escludendo volutamente quelle industriali precotte o surgelate, quanto di italiano c’è nella pizza che generalmente mangiamo oggi in questi locali, Ebbene, si stima che una pizza su due è preparata con materie prime straniere. Altrimenti come giustificare - si chiedono alla Coldiretti che ha raccolto ed elaborato qualche dato - che il 50% delle farine di grano tenero (5 miliardi di chili) è importato da Ucraina, Canada, ecc; che 500 milioni di chili d’olio extravergine (?) – per non sbagliare alcuni mettono quello di semi anziché quello di oliva tunisino o spagnolo. E che dire degli 86 milioni di chilogrammi di cagliate per mozzarelle che arrivano dall’Est a sostituire quelle della “superflua” bufala? Chiusura in rosso: quello della pummarola che per oltre il 20% è “made in China” confezionata in lattone da 2-5-10 chili spediti in container più o meno refrigerati.
Non molto tempo fa è stato stilato un disciplinare che autentica con la sigla Stg (specialità tradizionale garantita) di valenza europea, la vera pizza napoletana preparata con prodotti autenticamente italiani. Mi piacerebbe proporre ai consumatori che avessero voglia di cercarla, un quesito: dove pensano abbiano messo il bollino europeo di identificazione? Vietato ipotizzare posti “strani”




