Che senso ha anglicizzare un vocabolo per sottolineare una ovvietà? Mi riferisco alla parola foodies che tradotta significa amanti del cibo; più specificatamente per indicare coloro che non solo amano mangiare ma anche scoprire e conoscere più a fondo ciò che mangiano e bevono, la loro provenienza, come dev’essere, cucinato e via elencando.
Quindi i veri foodies siamo da sempre noi italiani. Le controprove sono talmente numerose, quotidiane, diffuse e stratificate che è persino superfluo elencarle. Sesso a parte, peraltro perlopiù sussurrato o mistificato, espresso verbalmente con ammiccamenti, perifrasi e sottintesi, di cosa parlano sempre, stavolta a voce alta, gli italiani? Ma di cibo, della spesa, di cucina, di tagliatelle della nonna, dello stracotto di zia Natalina, del vinello del contadino, dell’orgogliosa riservatissima scoperta dell’hosteria “da Sandrone” dove si magia da re con quattro lire.
Quindi, con buona pace del bravissimo professor Giampaolo Fabris ordinario di sociologia del consumi che ha curato per la Società Negroni una ricerca sui circa 4,5 milioni di italiani ribattezzati appunto foodies, relativamente a tutto ciò che è cibo e buon bere, non solo quando si siedono a tavola, ma anche quando fanno la spesa, cucinano, sfogliano una rivista di cucina o navigano su Internet alla ricerca di un ristorante o di una ricetta. Ecco allora che viene specificato che i foodies sono “un po' più motivati e interessati degli altri italiani”.
A partire dall'interpretazione stessa dell'atto del mangiare, per questa categoria è soprattutto “un piacere da condividere con gli altri”, una “passione ricca di significati ed esperienze”, mentre per il resto degli italiani è soltanto o soprattutto “fonte di energia e nutrimento indispensabile”. La ricerca chiarisce che il cibo è passione di massa? Ma ci voleva una indagine per confermarlo? E ancora, emerge che i foodies quando fanno la spesa cercano soprattutto “un giusto equilibrio tra qualità e prezzo”. Davvero? Che acquistano soprattutto sull'onda di un'emozione, prestando attenzione “non solo al sapore del cibo ma anche all'impressione che ne ricevono”. Partendo dalla constatazione che “c'è molta ignoranza e pregiudizio riguardo la qualità dei prodotti alimentari”, (saranno mica quei terroristi dei media che, non sempre, riescono a portare alla luce gli scandali alimentari: cibi avariati, vini adulterati, truffe, ecc?)
Macché, le tre cose su cui i foodies chiedono maggiori informazioni sono ricette, aspetti nutrizionali, storia e cultura gastronomica. Sono anche attenti, così come tutti gli italiani, all'elenco degli ingredienti riportato in etichetta, all'origine territoriale geografica del prodotto e alla presenza di marchi di tutela Dop, Igp, Doc, Docg, ecc, ma cercano anche informazioni su controlli e sicurezza, modalità di produzione, produttore/marca. Faccio atto di fede, tuttavia (evidentemente non sono tra i foodies) altre ricerche dicono che solo il 7-10% dei responsabili d’acquisto leggono le etichette, che una persona su 100 sa decrittare correttamente le sigle di indicazioni europee o nazionali, che quasi nessuno sa come si trasforma un pomodoro o come viene allevato un vitello, cosa significhi il termine cagliata, piuttosto che sappia indicare come si ottiene l’olio extravergine. Per la scelta dei vini l’indagine di Fabris dice che i citati foodies optano quasi sempre su quello “di maggiore qualità”; peccato però che il vino più venduto, e presumibilmente consumato dagli italiani, sia quello in brick. (fonte iri Infoscan).
La spesa la fanno soprattutto, come il resto degli italiani, al supermercato, all'ipermercato e nei piccoli supermercati, ma sono grandi frequentatori dei negozi tradizionali di salumeria e gastronomia - ovviamente quelli ancora in attività - in quelli specializzati in alimenti tipici (ci sono resse come ai concerti di Vasco Rossi) e dei mercati rionali. Va da sé che l'appassionato di cibo si considera un buongustaio e, inevitabilmente, un acuto critico; infatti non vede negli chef celebri un esempio al di sopra di ogni sospetto e giudizio: infatti ritiene che “non sempre grandi cuochi e chef fanno gastronomia di autentica qualità sentendo perciò, come dire, tradita la propria passione da coloro che in fondo la alimenta. Va detto che l’indagine che fotografa i foodies è davvero molto articolata ed esaustiva, tuttavia i comportamenti di questa categoria, checché se ne dica, sono davvero simili se non esattamente uguali a quei “derelitti” che non rientrano nel campione in oggetto. Vuoi per le risorse economiche, culturali, sociali, ambientali, logistiche. Insomma, direi che non sono foodies perché sono semplicemente amanti del cibo.




