La Federazione italiana dei pubblici esercizi (Fipe) della Toscana ha lanciato un allarme sulla proposta regionale di riforma degli agriturismi che, in pratica, autorizza questi ultimi a diventare ristoranti a tutti gli effetti. Oltre che snaturare – di molto – la loro originaria ragion d’essere, pagano meno tasse e meno contributi. Mentre scrivo apprendo che la Regione ha però rinviato l’esame della proposta non perché oggettivamente “debordante” ma soltanto per un fatto tecnico: ossia per assenza del numero legale in aula. Nessuno è sceso in piazza, tuttavia c’è una vibrata protesta organizzata ed espressa dalla Fipe.
Il mio pensiero sul comportamento di buona parte di questi esercizi turistici smaccatamente agevolati da leggi e leggine regionali, l’ho espresso tempo fa anche su questo sito (vedi: gli agriturismi fanno show), a cui aggiungerei oggi un piccolo dettaglio che ai più probabilmente è sfuggito. Ossia, che i 1.650 agriturismi italiani (la maggior parte delle entità attive da Vipiteno a Capo Passero) si riconoscono nella Associazione Agriturist che statutariamente non ha fini di lucro. Sarà.
Certo la Toscana, grazie alle indiscutibili bellezze e fascinosità del suo territorio è in Italia, forse assieme all’Alto Adige, un po’ la capostipite di questo modo di proporre e promuovere il turismo agreste, valorizzando in particolare i prodotti agroalimentare.
Realtà comprovata dal fatto che il primo presidente dell’Associazione, dalla fondazione e sino al 1998, è stato l’imprenditore agricolo toscano, Simone Velluti Zati, che si è adoperato fattivamente ed energicamente al suo decollo.
Tuttavia è altrettanto opportuno rammentare che gli agriturismi, nati per sostenere i redditi degli agricoltori, fu loro concesso di ospitare e offrire “i prodotti dei loro campi, orti, frutteti e delle loro stalle” ai turisti che visitavano la loro aree.
In realtà non è esattamente così, quantomeno lo ho solo in parte.
«Quanto alla provenienza dei prodotti agricoli con i quali si preparano le pietanze – dichiara Vittoria Brancaccio, presidente di Agriturist - le leggi regionali stabiliscono percentuali ben precise di quanto deve essere ottenuto in proprio dall’azienda agrituristica. C’è di più... Per legare ulteriormente la ristorazione agrituristica al contesto agricolo circostante, con la nuova legge quadro statale del 2006, è stato anche stabilito che tutta la materia prima alimentare, tranne minime quantità di ingredienti indispensabili al completamento del pasto, debba venire da aziende agricole della regione o da artigiani alimentari che lavorano prodotti agricoli regionali. Difficile, anche in questo caso, - spiega alle rimostranze della Fipe - che la Federazione dei pubblici esercizi non ne sappia nulla. Penso piuttosto a una contrapposizione sindacale artificiosa e non costruttiva !».
A proposito di materie prime provenienti dalla regione, chi frequenta questi posti, potrebbe chiedere alla presidente di Agriturist come mai (e non sono casi rari) c’è chi ha gustato capitone, pasta con le sarde e sauté di vongole veraci in un agriturismo di montagna. E non è che un esempio.
Attualmente però - anzi da 20 anni a questa parte - grazie appunto a leggi e leggine delle varie Regioni, l’offerta si è talmente dilatata (in particolare riguardo il cibo) d’essere diventati di fatto ristoranti a tutti gli effetti capaci di servire a tavola sino a 300 commensali.
Riguardo poi alle agevolazioni di cui godono gli agriturismi per incentivare la coltivazione e il consumo dei prodotti locali diventeranno ancora di più una concorrenza sleale nei confronti di ristoranti e trattorie. I danni sono già nell’immediato. “Se questa legge verrà approvata - sostiene Edi Sommariva, direttore generale Fipe - si farà un regalo ai soliti noti e si commetterà una grande iniquità nei confronti degli operatori dei pubblici esercizi che nemmeno si sognano le agevolazioni previste per gli agricoltori. Qui non si tratta più di distinguere fra veri e falsi agriturismi – scandisce Sommaria - perché saranno tutti legalmente falsi”




