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Feb 06th


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Un euro su quattro si spende per la tavola

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un euro su quattro si spende per acquisti di alimentari e bevande per un ammontare di 215 miliardi di euro all'anno, dei quali 144 per mangiare a casa e 71 fuori. Così emerge dallo studio relativo alla “Filiera Agroalimentare” realizzato da Nomisma presentato nei giorni scorsi.

I prezzi degli alimenti aumentano dal campo e dalle stalle alla tavola in media di cinque volte ed è quindi necessario intervenire per interrompere un trend che impoverisce cittadini e imprese agricole. Le cause della moltiplicazione dei prezzi dal campo alla tavola per 6 italiani su dieci sono da imputare a tutti i passaggi intermedi, ma una percentuale elevata di consumatori accusa anche i ricarichi eccessivi applicati dalla distribuzione commerciale.

Di fatto, a monte esiste l’estrema polverizzazione delle imprese agricole che non riescono a fare sistema. Lo studio evidenzia infatti le inefficienze e i variegati numerosi passaggi presenti lungo la filiera in termini di maggiori costi energetici, del lavoro o amministrativi nei confronti dei concorrenti stranieri,  ma in pari tempo, a differenza di quanto accade per gli altri settori all’interno della filiera, i prezzi di vendita dei prodotti agricoli sono decisi a livello internazionale, (non va scordato che per parecchie merceologie siamo debitori con mercati esteri), mentre i costi sono quelli nazionali.

E che problemi esistano nelle fasi successive della filiera lo dimostra il fatto che i consumatori italiani non beneficiano della forte riduzione dei prezzi agricoli che rischia invece di provocare l’abbandono delle campagne, con il crollo delle quotazioni alla produzione che nell’ultimo anno; secondo i dati Ismea di settembre, sono calate del 26% per i cereali, del 22% per la frutta, del 18% per il vino, del 13% per gli ortaggi e del 12 per la carne suina.

Più in dettaglio l’indagine analizza le caratteristiche della filiera agroalimentare italiana caratterizzata sia per l’elevata numerosità degli operatori ma anche per altre caratteristiche strutturali che ne determinano il livello di efficienza e competitività con onerose ricadute sul prezzo finale. In altri termini esiste una grande polverizzazione della fase produttiva e una distanza notevole rispetto ad altri Paesi europei riguardo l’allineamento della fase distributiva/commerciale.

Qualche numero per chiarire: in campo agricolo operano 1.678.756 imprese con partita Iva. Le industrie di trasformazione attive sono 71.350 mentre nella distribuzione e commercio agiscono 43.000 grossisti, 152.000 dettaglianti tradizionali a libero servizio: 57mila commercianti al dettaglio non specializzati di cui 28.965 appartenenti alla distribuzione moderna.

Ebbene, a tutti questi attori costituenti la filiera vanno aggiunti altri soggetti “esterni” che alla filiera si interfacciano contribuendo alla formazione dei prezzi al consumo. Tra questi, citandoli un po’ alla rinfusa, si segnalano: imprese fornitrici di mezzi tecnici per l’agricoltura; imprese di additivi, ingredienti e preparati per l’industria alimentare,  imprese di trasporto merci esternalizzate; fornitori di energia elettrica, gas, acqua, ecc; imprese della logistica; agenzie di promozione e comunicazione; fornitori di tecnologie e beni strumentali (packaging, accessori, ecc); laboratori d’analisi, enti certificatori e consulenti vari. Ultimi, ma non per importanza e peso, il costo del lavoro, il costo capitale e i costi dei finanziamenti (sia per quelli sempre più stringati erogati dagli istituti di credito o con tassi maiuscoli da terzi). Botta finale, i costi della pubblica amministrazione con il gravame di imposte dirette e indirette. Il tutto, come sopra detto, si riflette appunto sul prezzo finale dei prodotti alimentari.