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L’INRAN, l’ente pubblico italiano per la ricerca in materia di alimenti e nutrizione, vigilato dal Mipaaf (Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali), ha patrocinato l’iniziativa dei panificatori di Roma e provincia aderenti alla CNA (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa), per avviare la riduzione del sale nel pane comunemente prodotto e venduto ogni giorno.
Il progetto si svolge nell’ambito del programma interministeriale “Guadagnare Salute” del Ministero della Salute, con l’intento di ridurre l’apporto di sale nella dieta di ogni giorno, favorendo così la prevenzione dell’ipertensione e delle malattie cardiovascolari. Secondo i dati INRAN, infatti, il consumo medio di sale procapite nel nostro Paese è di circa 10-12 grammi al giorno contro i 5 grammi al giorno raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. E proprio a tal fine, i panificatori aderenti si impegnano a ridurre del 15% il sale utilizzato per tutte le tipologie di pane, mentre per il “pane di Roma” il quantitativo sarà addirittura dimezzato. L’INRAN - insieme agli altri esperti partecipanti al Gruppo di lavoro per la riduzione del quantitativo di sale nel pane, costituito presso il Ministero della Salute – darà anche tutto il necessario supporto scientifico (per verificare l’esatto contenuto di sale nel pane prima e la sua effettiva riduzione poi).
Il Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali ha dato il patrocinio a questa iniziativa attraverso il proprio Istituto di ricerca, in quanto si intende proseguire sulla strada avviata per mettere in atto un progetto nazionale in grado di approfondire gli aspetti scientifici relativi alle interazioni tra le materie prime utilizzate per la panificazione e il cloruro di sodio nonché alla messa a punto delle migliori tecnologie per produrre un pane con il più basso contenuto in sale possibile, che sia però nutrizionalmente corretto e soprattutto gradito dal consumatore.

Lo studio, nato dalla collaborazione di ricercatori della Sapienza, del CNR e dell’Università di Cambridge, presenta per la prima volta la struttura tridimensionale a livello atomico di una proteina “malformata”, confrontandola con una sana.
Tale importante risultato, ottenuto grazie all’utilizzo di tecniche innovative di biochimica-biofisica e biologia molecolare, cattura i dettagli molecolari alla base delle alterazioni nella morfogenesi di una proteina e, in linea di principio, apre nuove prospettive per la ricerca di possibili terapie innovative per gravi patologie degenerative dell’uomo.
Tutte le trasformazioni che avvengono nelle cellule dell’organismo sono dovute infatti a proteine che, per esercitare la loro funzione, cambiano forma, cioè acquisiscono una specifica struttura tridimensionale caratteristica (morfogenesi molecolare).
Questo processo è codificato dalla sequenza degli aminoacidi che guida il ripiegamento della catena lineare (in inglese folding) ed è condizionato dall’ambiente cellulare.
Piccoli errori di ripiegamento possono produrre proteine “malformate” con struttura anomala, con conseguenze a volte devastanti per la cellula.
Si è dimostrato negli ultimi 10 anni che molte patologie gravi dell’uomo (quali l’Alzheimer, il Parkinson, altre malattie neurodegenerative e alcuni tipi di cancro) sono innescate da errori nel processo di morfogenesi di una o più proteine specifiche.
Poiché le proteine “malformate” tendono a precipitare e aggregare velocemente, le osservazioni sono difficili e le conoscenze sui fattori che determinano gli errori di morfogenesi/ripiegamento sono attualmente limitatissime ma molto importanti: infatti volendo comprendere la base molecolare di malattia, è necessario conoscere le alterazioni strutturali della proteina “malata”.
Lo studio è pubblicato su Nature SMB a firma di Stefano Gianni e Maurizio Brunori (Sapienza Università di Roma e CNR) e Michele Vendruscolo (Università di Cambridge, UK).

Per la prima volta, una ricerca in vivo condotta dall’ INRAN, l’Ente pubblico italiano per la ricerca in materia di alimenti e nutrizione, ha valutato direttamente sull’uomo le proprietà antiossidanti dei tè Rooibos, fermentati e non fermentati. Si tratta di una bevanda di origine sudafricana, ancora non molto conosciuta in Italia e impropriamente chiamata te' rosso, in quanto ottenuta dall’arbusto indigeno Aspalathus linearis o Rooibos (traduzione afrikaans dall’inglese red bush, cespuglio rosso). Pur avendo un gusto molto simile al tè, non contiene caffeina ed è ricco di antiossidanti. I benefici salutistici di questo infuso sono già noti da tempo alla ricerca, ma dimostrati finora solo con studi in vitro.
Alla ricerca - pubblicata su Food Chemistry 123 (2010) 679-683 – hanno partecipato 15 volontari sani, normopeso, non fumatori, che hanno seguito, per i due giorni precedenti l’inizio dell’esperimento, una dieta a basso contenuto di antiossidanti e senza ricorrere ad alcun integratore. Il giorno dell’intervento, a digiuno, sono stati divisi in 3 gruppi e il gruppo A ha bevuto 500 ml di acqua, il gruppo B 500 ml di tè rooibos fermentato (pronto da bere), il gruppo C 500 ml di tè rooibos non fermentato (anch’esso già pronto). I prelievi sono stati effettuati al momento dell’ingestione e poi a mezzora, a un’ora, a due e a 5 ore. E ogni 2 settimane l’esperimento è stato ripetuto, facendo ruotare la bevanda prevista per ogni gruppo fino a quando tutti i soggetti non hanno ingerito le tre tipologie di liquidi.
“A 20 anni dallo studio INRAN che dimostrava per la prima volta sull’uomo le proprietà antiossidanti dei tè verde e nero – afferma Mauro Serafini, il ricercatore INRAN che ha coordinato lo studio – abbiamo provato che le stesse caratteristiche possono essere attribuite anche al rooibos. I risultati hanno evidenziato, ad un’ora dall’ingestione di tè rooibos, un significativo aumento delle difese antiossidanti plasmatiche. Berne ogni giorno può quindi contribuire ad aumentare le difese antiossidanti, rafforzando la protezione dai radicali liberi in eccesso “.
Inran

Uno studio italiano pubblicato sulla rivista Human Brain Mapping dimostra che due strutture profonde del cervello, l’amigdala e l’ippocampo, che svolgono un ruolo cruciale nella regolazione delle emozioni e nella formazione delle memorie durante lo stato vigile, sono responsabili dell’intensità emotiva e delle bizzarrie dei sogni notturni.
La scoperta è di un team di ricercatori del dipartimento di Psicologia della Sapienza e del dipartimento di Neurologia clinica e comportamentale dell’IRCCS Santa Lucia, insieme a ricercatori dell’Università dell’Aquila e Bologna.
Grazie a una strategia completamente innovativa che sfrutta l’elevata risoluzione delle più recenti tecniche di neuroimmagine, è stato possibile misurare aspetti microstrutturali (volume e densità) della sostanza grigia di amigdala e ippocampo mettendoli in relazione con le caratteristiche dei sogni ricordati al risveglio. È stato così possibile dimostrare che i parametri volumetrici e ultrastrutturali dei due nuclei profondi del cervello predicono gli aspetti qualitativi del sogno di ogni individuo.
«Tutto é iniziato due anni fa - spiega Luigi De Gennaro, coordinatore della ricerca - quando ci siamo chiesti se aspetti microstrutturali della nostra anatomia cerebrale possono spiegare perché alcuni di noi non ricordano affatto i sogni, mentre altri ne conservano un ricordo così dettagliato che potremmo chiamarlo quasi “filmico”. Allo stesso modo, tra coloro che ricordano con regolarità i sogni, alcuni presentano narrazioni di estrema incongruenza e bizzarria e/o elevata emozionalità, mentre altri sono in grado di riportare poco più che descrizioni assai povere di eventi e scene».
Le implicazioni di tale scoperta possono aprire prospettive completamente innovative per l’approccio neuroscientifco allo studio del sogno. I ricercatori infatti stanno studiando le alterazioni dei sogni in pazienti affetti da morbo di Parkinson, mettendo in relazione le variazioni di un neurostrasmettitore, la dopamina, deficitaria in questa patologia, la microstruttura dei nuclei cerebrali profondi e le caratteristiche dei sogni. «Tutto questo - aggiunge De Gennaro - non significa che solo gli aspetti strutturali del sistema nervoso spieghino le caratteristiche dei nostri sogni. Abbiamo infatti già dimostrato che alcune condizioni specifiche, come il sonno profondo successivo a un lungo periodo di veglia, aboliscano quasi completamente il ricordo dei sogni. Allo stesso modo abbiamo dimostrato che una specifica attività elettrica in delimitate aree della corteccia cerebrale durante il nostro sonno ci permette di prevedere se ricorderemo o meno i sogni dopo il risveglio».